11th
Ebbene sì, anch’io, come tutti, ho studiato pianoforte. Per dodici anni. Fino a che un giorno, il maestro di musica mi ha detto: “guarda, non importa che suoni, possiamo rimanere amici lo stesso”. E poi ho compiuto diciott’anni e sono andato dai miei genitori e ho detto: sono maggiorenne, il pianoforte per me è finito.
Per dodici anni l’oggetto più terribile del mio odio è stato Bela Bartok. Lo vedevo sulla copertina di Mikrokosmos con quella faccia da malato di fegato e lo immaginavo girare in macchina, con una comitiva di “amici” (no, Bartok non poteva avere veri amici), per i villaggi della Puzsta. E in ogni fattoria i contadini imbandivano la tavola e cantavano e suonavano sull’aia, felici della visita e speranzosi nelle donazioni di quei distinti cittadini.
Bartok ovviamente non toccava neppure il gulash e le salsicce. E mentre i contadini suonavano e ballavano, Bela il vampiro sonoro li guardava sdegnoso e invidiava la vita e disarticolava col pensiero le gambe e le braccia di contadine e contadine per farne marionette meccaniche, e torturava quella musica per estrarne quel distillato di morte, crudele e bilioso che avrebbe trascritto a casa sui suoi quaderni.