Forse non sono un buon viaggiatore. Sarà il jetlag, sarà che sono prevenuto, ma l’unica cosa che mi va di fare in questa nuova città è starmene in albergo al computer sdraiato sul letto. Oppure guardare la televisione. Però la televisione non fa che trasmettere speciali sullo psicodramma nazionale: ma come sarà morto Maicol Jeckson? e a me di Maicol Jekson non me ne frega nulla. E il computer presto finirà la sua batteria. Siccome non ho comprato un adattatore (mi mancava anche una valigia e mi è toccato comprarla all’aereoporto per una cifra stellare, l’adattatore invece me lo sono completamente dimenticato), anche il computer presto si spegnerà come il sole rosso di una sistema moribondo. Quindi sono stato costretto a uscire, per risparmiare batteria. Sono andato a mangiare. Ho trovato Wendy’s Hamburger come una volta e ho ordinato una ceasar salad. Potevo cercare più allungo, ma non volevo allontanarmi dall’albergo perché questa è la stagione delle piogge in questa città che vanta 300 giorni di sole all’anno e appena passato mezzogiorno comincia il diluvio. Ho preso l’insalata perché sono caduto vittima della solita trappola per cui verde vuol dire sano e leggero. Poi, dopo aver spremuto la prima dentro il mio piatto, ho letto i nutrition facts della seconda bustina di salsa. Salsa Ceasar supreme dressing, prodotta per Wendy’s dalla T. Marzetti company. 28g, 120 cal, Grassi per 120 cal, carboidrati 0, proteine 0. 20% della razione giornaliera di grassi, 11 % cento di quella di grassi insaturi, 3% della razione giornaliera di colesterolo. Chiaramente me l’ero cercata. E per di più pioveva a dirotto. Meglio la televisione, meglio i video di Micheal Jackson e i commenti patetici dei giornalisti televisivi. Del resto, de mortuis nil nisi bene.
June 2009
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Giotto prestava soldi a strozzo.
Se non pagavi veniva a casa tua e ti dipingeva delle gambe spezzate così realistiche che impazzivi per il dolore
Ho abitato in diverse città. Ad Ankara lo smog otturava le narici. A Bishkek i poliziotti ti sequestravano il passaporto per chiederti 20 euro. Ma la verità è che non ho mai odiato una città come odio Amsterdam. Odio tutto, ma proprio tutto di lei. Odio i canali e le paperelle. Odio i fiorellini che piantano in primavera. Odio i turisti e le prostitute e i cinema erotici. Odio i coffeeshop. Odio i mattoni a vista che li farei ingoiare a Berlage uno dopo l’altro. Odio Rembraandt e sputerei negli occhi a tutti i suoi autoritratti. Odio Vermeer e le sue lettere e ragazze con l’orecchino di perla. Odio il pane pieno di semi di girasole che sembra di mangiare civaie. Odio i mulini a vento, come già don Chisciotte. Odio le campane della raccolta carta, che sembrano bunker e per infilare una scatola di cartone nella feritoia devi usare il martello pneumatico. Odio le fietsen che sembrano fatte di ghisa per quanto sono grosse e pesante e nonostante ciò costano quanto una bianchi o un legnano. Odio Albert Hijn e Dirk van den Bruck che ti vendono una carne indistinguinbile dalla plastica che l’avvolge. Odio l’aria condiscendente degli olandesi, che è sempre meglio di una sprangata, ma vuol dire comunque: adesso che sei qui t’insegneremo noi le regole di una società benordinata.
Ma più di tutto e soprattutto, odio i loro dottori e dentisti, che sembra abbiano studiato teologia per quanto poco ne capiscono del loro lavoro. E sinceramente spero che gli alieni li rapiscano, uno ad uno, dentisti e dentiste, dottori e dottoresse e se li portino in qualche galassia lontana lontana dove li lasceranno sbranare dal Rankor.